Terremoto irpinia .Di Domenico Grande i8udb

23 novembre 1980. Amarcord di un architetto-radioamatore (i8udb), dopo 37 anni.
Propongo questo scritto, in memoria di quanti perirono nel sisma e ad onore di quanti li aiutarono anonimamente e sono scomparsi.
Alle 19,35 del 23 novembre 1980 ero in collegamento radio con lo spagnolo Luis da Pamplona quando, al piano terra del “palazzo del sole” di Pozzuoli, le pesanti apparecchiature radio ed i mobili di casa, cominciarono a ballare nella stanza. Riuscii a stento a togliere le cuffie e sentire lo stridio sinistro del cemento armato, che stava combattendo la sua impari lotta per la sopravvivenza e per fortuna ci riuscì. Altrove sarebbe andata diversamente, purtroppo.
Mia moglie e i bambini erano a casa delle signorine Lista, nel palazzetto accanto, nella “calcara” e li raggiunsi in un baleno. Grazie a Dio anche quel vecchio palazzo neogotico aveva resistito, ma pensammo bene di riparare nella nostra 127, sulla spiaggetta (il mercatone ittico non esisteva). Da lì ascoltammo le voci dei radioamatori che si affannavano a scambiarsi le prime notizie della tragedia: a Napoli è crollato un palazzo, ci sono tanti morti!
La mattina successiva, come tanti altri, venni precettato ed inviato, con la radio a bordo, nella zona devastata.
Erano previste due persone per ogni vettura, quindi con un’altra coppia di operatori arrivammo, nel tardo pomeriggio , al bivio fra Sant’Angelo dei Lombardi e Lioni; noi ci avviammo verso la prima località, tenendoci in contatto radio costante coi due colleghi. Uno di loro non sapeva guidare, ma ne capiva bene di radio, tanto da aver messo insieme un accrocco, fra le tavole di legno della baracca, una quarantina di anni prima, per ascoltare Radio Londra. E proprio lui, Archimede, ci comunicò al microfono cosa si presentava davanti ai suoi occhi: neppure ad Auschwitz ho visto una tragedia così grande”. Poi restammo in silenzio a lungo, al buio.
Dopo due giorni di servizio in quella bolgia infernale, venimmo sostituiti da altri e tornammo a casa.
In tv la sede Rai di New York si mostrava assediata ed il giornalista (forse Frajese, ma non ci giurerei), incappò in un fuori onda, chiedendo di fare qualcosa, perché la folla di gente non riusciva ad avere notizie dei propri cari, visto che le linee telefoniche transoceaniche erano inutilizzabili, a causa del traffico mostruoso in partenza. Indubbiamente la metropoli americana poteva vantare la popolazione italiana più numerosa di Roma e, guarda caso, la magna pars di essi, aveva origini campane.
Dopo mangiato, pensai bene di accendere la radio di casa mia ed appena contattai un radioamatore americano, mi vennero chieste notizie del terremoto. Cercai di spiegare cosa avevo visto e non fu più possibile sottrarmi; tante voci con accento “brooklynno”, sopraffatti dall’angoscia, gridavano la loro disperazione. Uno disse che da due giorni, a turno, componevano il numero di telefono della casa dei genitori a Teora, senza avere risposta. Ci provai col telefono mio e la linea funzionava regolarmente; evidentemente il problema insormontabile era la tratta internazionale, ma a quel punto mi resi conto che la cosa sfuggiva di mano. Una sola persona non poteva fare nulla, quindi chiesi i rinforzi.
A Pozzuoli, sulle palazzine, quelle che vennero demolite, c’era il nostro radio club; era un sottoscala, ripulito a fatica dai cumuli di rifiuti, che accoglieva gli appassionati della radio. Il padrone di casa, l’inventore, il sostenitore, il motore della associazione, era la buonanima di i8sdp. Don Procolo Scotto d’Apollonia, decano dei radioamatori flegrei, era il nostro portabandiera, ma anche il nostro istruttore di telegrafia ed il nostro punto di riferimento, fino a quando è diventato “silent key” (tasto silenzioso): una metafora radioamatoriale ben compresa da tutti nel mondo. C’erano tutti al suo funerale ed è stata a Lui dedicata anche la sede attuale dell’A.R.I. (Associazione Radioamatori Italiani), che si trova nel palazzetto dello sport di Monterusciello (chissà ancora per quanto tempo, speriamo bene).
Quella sera sulle palazzine furono convocati tutti i volenterosi ed eravamo pronti, anche senza sapere bene come e cosa fare. Il salto oceanico eravamo in grado di farlo con le nostre apparecchiature, ma ci mancava un telefono, efficiente ed anche economico, visto che sarebbero state tutte chiamate interurbane. A quei tempi non esisteva internet e neppure il cellulare, ma per fortuna la tv mostrava ogni giorno quanto fosse determinante il supporto dei volontari radioamatori, per il soccorso alle popolazioni colpite dal sisma. Con queste ottime referenze, chiedemmo una mano all’amministrazione comunale di Pozzuoli e ci venne data senza pensarci due volte.
Il centralino telefonico, si fa per dire, era collocato nella verandina sul lato destro, alla fine del corridoio, nel palazzo Marconi e nel pomeriggio, a fine lavoro comunale, ci sarebbe stato concesso in uso, fino al mattino successivo. Eravamo pronti. Ricevevo la richiesta di notizie, la scrivevo su un foglietto e la passavo al collega appoggiato sul mio tavolo da disegno; lui la trasmetteva in VHF alla verandina e da lì telefonavano. Quando arrivava la risposta, mi tornava il foglietto girato e la notizia poteva essere restituita all’interessato, che era in attesa dall’altra parte dell’oceano.
Un meccanismo semplice ed efficace, però c’era da fare i conti con le tantissime persone in penosa attesa e il sud America non scherzava, in quanto ad emigrazione italiana. Fortunatamente loro erano organizzatissimi rispetto agli altri, avevano già da anni la “rete di emergenza argentina” sempre in funzione, quindi sapevano gestire alla perfezione il traffico di necessità.
Bisognava quindi trovare il mezzo per accelerare il flusso delle informazioni con gli USA e gli americani fecero una pensata…all’americana, con la quale avrebbero raccolto anche molti aiuti per i terremotati. Dissero che la sera successiva avrebbero invitato la TV principale ABC nel radio club sulla quinta strada, mostrando in diretta come era possibile ottenere notizie dalla Campania, attraverso la radio; ciò avrebbe indotto i telespettatori ad inviare cospicue donazioni (ma non fidandosi, dissero chiaramente che avrebbero mandato i loro rappresentanti sui luoghi, per la gestione di quei proventi). Un paio di notizie furono passate in diretta e trasmesse sugli schermi, aggiungendo il numero di telefono di quel radio club di New York, che, ovviamente, venne subissato di richieste e di conseguenza anche noialtri.
In breve Pozzuoli divenne un nome familiare, sinonimo di ponte fra il cratere sismico ed il resto del mondo, in attesa che la macchina ufficiale dei servizi potesse riaversi dal totale blackout. Tanto che venne annunciato l’intervento del responsabile del governo USA, in diretta radio, per ringraziare la nostra città e la sua amministrazione comunale, che aveva così generosamente collaborato alle operazioni. Fu una cosa piuttosto complessa, con i nostri modesti mezzi amatoriali, far giungere fino a palazzo Marconi la voce del Capo del Dipartimento di Stato americano; a ricevere quelle commosse parole era il compianto Pippo Caminiti (mi pare ex sindaco all’epoca), il quale era anche “uno dei nostri”, in quanto direttore postale.
Poi, lentamente, tornò la normalità e scese l’oblio, su quelle due settimane di autentica solidarietà umana, espressa da persone di buona volontà a favore di sconosciuti, comprendendo il loro dramma, nel non poter avere notizie delle proprie famiglie rimaste nell’area del disastro. Nulla di eclatante, solo un atto di generosità.
Nessuno di noi immaginava che in quei giorni sarebbe nata la Protezione Civile e ancora oggi, quando vanno in tilt anche i potenti e sofisticati mezzi di comunicazione, tutti sanno di poter contare sui radioamatori; una rete capillare, distribuita in tutto il mondo, tenuta in piedi da milioni di uomini e donne, affratellati dalla stessa passione, senza nessuna distinzione; dietro una voce c’è un essere umano che desidera comunicare con un suo simile, questo l’unico interesse, non altri.
Lo stesso, compianto, re Hussein di Giordania, rispondeva imbarazzato al neofita di turno, che chiedeva il motivo del suo nominativo radiomatoriale così breve, JY1, privo di suffisso, come invece tutti gli altri nell’intero pianeta e soleva rispondere che il ministero delle telecomunicazioni di Amman glielo aveva così dato e che avrebbe comunque chiesto delle spiegazioni in merito.
Anch’egli uno dei tanti.